L’orto dei miei ricordi

di ENRICA LOGGI –

In questi giorni di forzata clausura abbiamo frequentato l’orto nel retro della mia casa. É passato l’inverno e non ci avevamo messo più piede. Sapevamo che il retro della casa ci aspettava in primavera, quando avremmo sgombrato il pavimento dalle foglie secche con una buona mano di scopa. L’esilio di questi tempi ha fatto sì che questo spazio verde ci riconquistasse. Non potevamo lasciarlo senza una nostra orma, senza aver impresso nella nostra mente il colore, la vita, ed anche il silenzio delle sue piante. Un oleandro copre quasi tutto il muro della casa accanto alla nostra, che adesso è disabitata. Accanto ad esso c’è una parete dove prospera, abbondantissima, una vite americana.
É così laocoontica questa vite da abbracciare anche altre case lì accanto, e dall’orto se ne vede il retro, come un’anima ricca e languida al tempo stesso, comune e insieme inusuale. Fin dai primi di febbraio ci hanno svegliato degli uccellini che nidificano nei pressi della vite, beccuzzandone le piccole bacche e impazzando di una loro curiosa gioia selvaggia. Nei tempi intorno al 2000 prosperava nell’orto un albero di fico, che durante l’estate copriva con la sua ombra tutto lo spazio sottostante e la finestra della nostra camera da letto schermandola dal caldo.
Il tutto aveva un’aria misteriosa, enigmatica, come se il silenzio profondo della natura fosse un’altra creatura a sé stante, un linguaggio così vicino ad ogni fantasia, curiosità, clamore. Adesso il fico non c’è più, è caduto a terra schiantato dalle iperboliche dimensioni che aveva assunto nel tempo. Era un ricordo di mia madre, che lo aveva piantato gettando un semplice seme. L’orto era un rifugio di gatti che ricevevano il cibo da noi che abitavamo una stanza a pianterreno e la nostra vita si divideva dall’esterno, dall’orto, come da un luogo di speciale complicità. Qui i figli di mia sorella hanno vissuto le saghe dei loro giochi, catturato le lucertole, giocato a pallone, e tutt’ora la sagoma di un portiere di calcio si staglia sul muro che divide l’orto dalle abitazioni retrostanti.
É come una platea per fatti ancora a venire, un piccolo anfiteatro che continua ad aspettare la sua ora. Tutto tarda, tutto attende in questo spazio erboso, tutto raccoglie un linguaggio di speranze verdi. Niente sembra in declino, e l’orto pare che ci abbia atteso, regalandoci le movenze delle sue creature arborescenti, come un rapido sospiro a cui dare spazio, un piccolo polmone per il nostro respiro, in una specie di estraneità affascinante, dov’è tutto lo splendore e la dignità della natura.
Ai bordi dell’orto crescono pervinche, azzurre come occhi lontananti. In un grande vaso abbonda una pianta che viene chiamata “miseria” ed ha foglie viola che regalano fiori rosa al tempo limitrofo alla primavera. C’è ancora una vasca dove si lavavano i panni, che quando l’oleandro fiorisce si riempie di corolle bianche cadute.
Questo luogo ha ospitato molti dei miei sogni, ed è rimasto lì ad aspettare che la sua anima assumesse la forma del suo divenire e del nostro passato, capace di profondissime evocazioni, come un’anima che da sola può diventare un’altra casa, un’altra “cosa”. Tra i fiori che, anche se radi, abbelliscono l’orto ci sono piccole malve dal colore che spicca sulle foglie verdi, roselline di macchia che regalano al vento l’amenità dei loro petali, e fiori di soffione dalla forma tondeggiante e arresa alle bizzarrie dell’aria.
A terra si calpestano foglie ingiallite accanto ad erbe che non saprei come chiamare, e rimasugli di un’altra pianta di fico che si rifugia nei pressi di un altro muro, rifiorendo sempre più abbondante ad ogni potatura. Tutte queste creature  hanno trovato un habitat nella mia ispirazione, e mi hanno accompagnato nel corso dei mesi, degli anni. In esse riscopro le giunture del mio sentimento, come altri fiori ed altre foglie che qui non albergano, ma si lasciano potentemente immaginare.

Nell’orto di silenzio e fiori a nascere
si slancia un fico gigante
e a terra si raccoglie il verde tenero
di famiglie fogliacee, il sole penetra
è l’ospite divino in mezzo ai cespi.
Arrampica l’edera sul tronco
in un abbraccio di stelline verdi
e nel sigillo di tutti i giorni
una vita che non sappiamo
abbandonata alla pietà del Tempo.
Passano albe, sostano notti e piogge
tremano ali nella lunga ora.
Accanto agli effluvi della terra
l’abbraccio delle radici.

(Da “…A una rima di vento”, Polistampa, 2012)

Testo e poesia di Enrica Loggi – Galleria fotografica di Roberto Tamburrini

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