L’8 marzo, tra mimose e storia dell’emancipazione femminile

foto di Americo Marconi

di GIAMPIETRO DE ANGELIS –

Ogni anno, alla data dell’8 marzo, ricorre la Giornata internazionale dei diritti della donna, meglio conosciuta come Festa della Donna. É una ricorrenza che, nata per ricordare le conquiste sociali, non sempre facili né immediate, né completamente rispettate, ha una sua storia interessante. La giornata è anche l’occasione per sensibilizzare sulle discriminazioni nei confronti della donna, come le disparità economiche, e parlare di alcuni retaggi cultural-antropologici ancora resistenti nonostante i tanti successi e cambiamenti ottenuti, almeno in occidente. Ma più che scrivere cronologicamente eventi e date, vorrei ripercorrere il tema più generale dell’emancipazione femminile e quindi del movimento femminista, senza il quale, probabilmente, nulla o quasi sarebbe cambiato. Prima di affrontare l’argomento, ben più ampio di quanto si possa pensare, ci chiediamo da dove parte la tradizione della mimosa come omaggio alle donne nel giorno della ricorrenza. L’idea venne ad alcune attiviste dell’UDI (Unione Donne Italiane), in occasione dell’otto marzo del 1946. La Seconda guerra mondiale era appena finita e si poteva tornare a parlare di valori sociali, etica, diritti e parità di genere. Negli anni a seguire, donare un mazzolino di mimose divenne un gesto sempre più frequente, pur spogliato, ormai, di significanza politica nei nostri giorni.

In Italia, il movimento femminista vero e proprio ha avuto un certo impulso negli anni ’70, sull’onda lunga del ’68 e il suo impatto sul costume e sulle abitudini. Con una certa mescolanza anche di fenomeni diversi ma che, in un modo o in un altro, avevano alcuni spunti culturali affini, come il movimento hippy – a sua volta derivante, almeno in parte, dalla Beat Generation – e tutto l’armamentario della controcultura cara ai Figli dei fiori, come, ad esempio, la rivoluzione sessuale, per confluire poi gradualmente alla politica.
Faremmo torto alla storia del femminismo se ci soffermassimo solo agli ultimi cinquant’anni, pur determinanti e concretamente battaglieri. Rischieremmo, tra l’altro, di stazionare in alcune leggende metropolitane, sviluppatesi da qualche episodio isolato (quando vennero bruciati i reggiseni) o su slogan (Io sono mia) che, per quanto veri e utili, appartengono più al folclore che a vere battaglie per i diritti.

Ci interessa piuttosto conoscere le radici storiche del femminismo, scoprendo che il movimento ha una lunga vita ed è dotata di una certa nobiltà, nell’accezione più ampia del termine: non di casata ma di alti significati storici e simbolici. Troviamo i primi segnali nel Rinascimento italiano, periodo di grande fertilità artistica, culturale e sociale. Ad esso dobbiamo, oltre che personaggi di enorme spessore, una certa discontinuità con il Medioevo. Se in precedenza le persone erano viste non tanto nella loro specificità, ma come membri di una collettività, con il nuovo umanesimo rinascimentale l’individuo assume maggiore consapevolezza della propria sfera di singola entità. Quello della discontinuità, a dirla tutta, è un tema ancora dibattuto e non del tutto chiarito dagli storici, per cui non ci inoltriamo nelle definizioni. Di certo, possiamo affermare che ci sono stati cambiamenti nei valori e nella visione delle cose. Nei secoli, alcune intellettuali, scrittrici e poetesse, hanno dato il loro contributo allo sviluppo delle riflessioni e delle richieste sull’uguaglianza tra uomini e donne.

foto di Americo Marconi

I loro nomi forse non sono conosciutissimi, ma hanno avuto il grande merito, in tempi diversi, di dare impulso a quello che sarebbe diventato un grande movimento di emancipazione femminile. In particolare vanno ricordate tre veneziane: Christine de Pizan (1365), Moderata Fonte (1555) e Lucrezia Marinella (1571). Non che fosse facile parlare di simili argomenti ai loro tempi. Tutt’altro! Gli uomini, mediamente, erano indiscutibilmente e incontrovertibilmente antifemministi. Le donne non venivano ammesse all’Università, non potevano accedere facilmente all’istruzione se non privatamente. Scriveva Christine de Pizan: «Né l’altezza né l’umiltà di una persona si trovano nel corpo a seconda del sesso, ma nella perfezione di condotta e nelle virtù».

Dobbiamo attendere il XIX secolo per iniziare a vedere cambiamenti importanti e strutturali. Nell’800 il corpo insegnante vira sempre più al femminile. E questo non è poca cosa: l’istruzione dei ragazzi, e quindi degli uomini e delle donne delle future generazioni, era affidata alle donne, aumentando sempre più il livello delle consapevolezze e delle esigenze. È Anna Maria Mozzoni, giornalista ed attivista per i diritti, a dare al movimento femminista un nuovo impulso, fondando anche la Lega per la promozione degli interessi femminili. Dal 1876 le Università si aprono per la prima volta alle studentesse. Ma è nel secolo scorso che il movimento si fa più maturo e articolato, organizzando il primo congresso nazionale nel 1911.

Nel ventennio fascista si assiste ad una netta frenata per tornare attivo dopo il ‘45 e soprattutto negli anni ’70 dove si assiste ad un fiorire di iniziative e di sigle più o meno politicizzate, affermando sempre più l’autodeterminazione e l’autonomia. Ed è anche il periodo che, almeno a livello di leggi, si ottengono molti risultati sulla parità uomo-donna. Tuttavia, la percezione dell’uguaglianza deve ancora ottenere la pienezza. Resistono discriminazioni di fatto e abusi, spesso legati ad atteggiamenti mentali, aspetti culturali e antropologici. Ma se guardiamo indietro, di strada ne è stata percorsa tanta e va riconosciuto, ricordandoci, nel donare un rametto di mimosa, dei suoi significati storici e simbolici.

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foto di Americo Marconi