di AMERICO MARCONI –
In Umbria nella valle di Castel Santa Maria, a circa tredici chilometri da Norcia e dieci da Cascia, nella seconda metà del 1500 un viandante fu sorpreso in piena estate da una tormenta di neve. E restò intrappolato dalla coltre gelata per tre giorni, senza possibilità di nutrirsi e scaldarsi. Ritrovato vivo e in buona salute da alcuni abitanti della zona, raccontò che in quelle terribili ore aveva fatto un voto alla Madonna, invocando il suo nome. Tutti capirono di essere testimoni di un evento straordinario. Si decise, per volontà del vescovo Fulvio Orsini, di edificare un santuario a 1200 metri di altitudine. La popolazione raccolse i fondi necessari per innalzare la costruzione affinché il miracolo non fosse mai dimenticato e per accogliere i pellegrinaggi che vi sarebbero giunti. La posa della prima pietra avvenne il 13 ottobre del 1565.
Il tempio cristiano fu dedicato al culto della Madonna della Neve. Consisteva in un edificio a pianta ottagonale, con i lati segnati da lesena con capitello corinzio e sopra un tiburio e lanternino. L’interno era a croce greca, arricchito da otto nicchioni affrescati. Ispirato ai progetti del Bramante e all’architettura del Santuario di Macereto nelle Marche non molto distante da Castel Santa Maria. La decorazione interna fu affidata alla famiglia degli artisti Angelucci da Mevale che tra il 1570 e il 1584 vi dipinsero varie scene, tra cui un’Adorazione dei pastori. Fu una dinastia di pittori che contribuì alla diffusione dell’arte in Umbria meridionale nel XVI secolo. Le loro opere sono caratterizzate dalla vivacità dei colori e dalla grazie delle figure.
Il santuario resistette a importanti terremoti, come quello terribile del 1793. Ma al terremoto del 1979 – per un’azione di spinte e controspinte – sotto il peso del tiburio crollò. S’iniziò un parziale lavoro di restauro, era impossibile riedificare tetto e tiburio. Il risultato fu consolidare le mura perimetrali e proteggere con strutture a vetri gli affreschi dopo il loro fissaggio. Negli anni ’90, peregrinando tra monti e valli dei Sibillini, scoprii i ruderi risistemati. Rimasi incantato da quel misto di protezione data e affidamento agli elementi naturali che nel tempo avrebbero consumato inesorabilmente le pitture. E tornai più volte sempre attratto dal silenzio e dalla bellezza del luogo.
Nel mese di giugno del 2021 parto per un’altra visita. A cinque anni del terremoto che tante vittime e disastri seminò. La strada è piena di cantieri e semafori, ma infine arrivo. Delle antiche case attigue alla chiesa è rimasto un cumulo di macerie che spezza il cuore, ma la struttura restaurata ha retto. Sarebbe recintata ma è stato creato un ampio varco sulla rete. Decido di entrare: m’interessa conoscere il destino della Madonna col Bimbo nell’Adorazione dei pastori. Ci saranno ancora dopo tanti anni e avversità? Tra erbe alte, sotto i vetri, li vedo. Ogni preghiera, sguardo, sorriso ha resistito a pioggia, neve e scosse telluriche, pur se scoloriti e mancanti di qualche parte. Proprio come noi che portiamo addosso le cicatrici, le perdite, i segni della nostra fragilità. Ma anche senza tetto continuiamo a resistere, rilucendo sotto le stelle.
Copyright©2021 Il Graffio, riproduzione riservata
