Beniamino Gigli, dalla bottega del calzolaio ai grandi teatri di tutto il mondo

di GIAMPIETRO DE ANGELIS –

È il 30 novembre del 1957. Beniamino Gigli, il tenore di Recanati, lascia il mondo a 64 anni a Roma, in seguito ad una grave polmonite. Resta la testimonianza di una vita di successi oltre misura, e dobbiamo essere grati al padre Domenico che, benché in ristrettezze economiche, lui che è ciabattino e genitore di ben sei figli, di cui l’ultimo è proprio Beniamino, aveva visto un futuro luminoso nel figlio, appassionato di canto fin da bambino. Un destino segnato, di quelli che non consentono alternative. Beniamino nasce il 20 marzo del 1890 a Recanati. Il padre, che oltre ad essere ciabattino suona le campane del Duomo, riesce ad inserirlo nel coro della cattedrale a soli sette anni. Poi, strada facendo, il ragazzo prende le lezioni di canto dal direttore del coro, nonché organista, Quirino Lazzarini, presso la Santa Casa di Loreto. Sempre più convinto, e convincente, si trasferisce a Roma nel 1907, dopo alcune esperienze come contralto nell’operetta “La fuga”, a Macerata. A Roma frequenta il Conservatorio Santa Cecilia. Ed è l’inizio di un’ascesa travolgente e inarrestabile. Se dovessimo elencare i suoi spettacoli in giro per l’Italia intera, e nel mondo, non finiremmo più. Ma un cenno, pur minimo, alla brillante carriera va comunque doverosamente fatto.

In Italia, Gigli calca i principali teatri, da Palermo a Genova, da Catania a Milano (alla Scala sotto la direzione di Toscanini), non trascurando Napoli e Roma. All’estero viene applaudito in Spagna (Madrid e Barcellona), a Montecarlo, in Brasile e in Argentina. Va negli Stati Uniti, dopo il successo ottenuto con “Mefistofele” in Italia. A New York si esibisce al Metropolitan ed è un tale trionfo che il contratto, che doveva essere di breve durata, gli viene prolungato fino a ben quattro anni. Un ringraziamento va idealmente rivolto all’immenso Enrico Caruso che indirettamente lo favorisce, vedendo in lui un degno successore. Ormai Gigli è richiesto ovunque.

È un continuo viaggiare tra le città americane e quelle europee (fra tutte, va ricordata Londra per l’esibizione al Covent Garden).  Dopo una dozzina di anni di questa vita frenetica, sempre all’apice, Beniamino Gigli lascia definitivamente l’America e fa rientro in Italia. Dodici anni che corrispondono a cinquecento spettacoli. Pur continuando ancora a viaggiare, l’artista si concentra su Roma, valorizzando il Teatro dell’Opera. Tra palcoscenici e set cinematografici, Gigli lavora fino ad un paio d’anni dalla morte, ormai malato, non più in gran forma ma con un entusiasmo che richiama attenzione e consenso. Sessantacinque anni non sono pochi per quel tipo di vita e per le corde vocali.

Gigli si muove in un secolo affollato di artisti dell’Opera. Difficile, e ingiusto, fare delle classifiche. È più corretto dire che il tenore ha delle unicità. Il suo timbro musicale è morbido e brillante, riuscendo ad abbinare un ventaglio di “armoniche” naturali che stupiscono, e non solo dal vivo. I dischi riescono a trasmettere la bellezza di una voce che gioca efficacemente con il cosiddetto “falsettone”, un falsetto amplificato che dà al tono luce e volume. Nell’insieme, un effetto unico e probabilmente in questo il cantante è tuttora ineguagliato. Nel suo repertorio, oltre al “Mefistofele” già menzionato, c’è un elenco smisurato di personaggi in opere di grandi autori, da Verdi a Puccini, da Donizetti a Bellini, da Mozart a Wagner. Ta i titoli più risonanti al grande pubblico, abbiamo “Aida”, “La traviata”, “Il trovatore”, “Tosca”, “La bohème”, “Don Giovanni”, “Cavalleria rusticana”, “Pagliacci” e almeno altri trenta titoli importanti.

Nel privato, va ricordato un fatto curioso e in un certo qual modo stupefacente. Beniamino, che è sposato e ha due figli, ha una relazione con un’altra donna dalla quale nascono altri tre figli. Forse perché inquieto nel profondo, nutrendo qualche senso di colpa, decide di andare da Padre Pio da Pietrelcina. Il futuro santo lo consiglia vivamente di distanziarsi da quella situazione ricordandogli però che quei tre ragazzi “irregolari” non hanno colpe e non possono essere trascurati. È un aspetto di cui il tenore terrà da conto nel testamento, lasciando anche a quei figli parte dell’eredità.

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