di RAFFAELLA CIUFO –
Il prestigioso Teatro Colon di Buenos Aires, con una capienza su sette livelli di 2487 spettatori a sedere e fino a 4000, considerando anche i posti in piedi, è uno dei teatri più grandi del mondo e acusticamente – secondo molti – il migliore. La sua costruzione monumentale in stile architettonico eclettico fu iniziata nel 1889 per andare a sostituire il precedente Teatro Colon, chiuso nel 1888 e trasformato nella sede della Banca Centrale Argentina, oggi ancora esistente. La costruzione di un nuovo teatro più maestoso rientrava nel progetto delle autorità argentine di dare un nuovo volto monumentale alla loro capitale con la realizzazione di nuovi e importanti edifici pubblici. E allo scopo, fu incaricato il loro ambasciatore in Italia nella ricerca di un professionista all’altezza delle loro aspettative.
La scelta dell’ambasciatore cadde sull’ingegnere Francesco Tamburini, nato nel 1846 ad Ascoli Piceno, come ricorda la targa affissa nella sua casa natale, appunto in Rua Francesco Tamburini, 21. Tamburini era già stato insegnante di Architettura all’Università di Urbino; poi di Disegno Architettonico all’Accademia delle Belle Arti di Pisa; quindi a Roma, quale insegnante della Scuola di Applicazione per Ingegneri fino al 1883, quando accettata la proposta offerta dall’ambasciatore argentino si trasferì a Buenos Aires per assumere l’incarico di Ispettore Generale dell’Architettura Nazionale.
Dunque suo, fra altre numerose opere, fu il progetto per il nuovo Teatro Colon, come l’ampliamento della Casa Rosada e la costruzione della sede centrale della banca provinciale di Cordoba, dell’Ospedale Militare Centrale, del Palazzo di Giustizia, del Palazzo dei Congressi e di altri uffici governativi, come pure di alcuni pregevoli edifici privati. Tamburini fu attivissimo e apprezzatissimo nel suo breve periodo argentino, perché già nel 1891 morì a Buenos Aires, in quella città che porta fortemente la sua cifra e dove – come ricorda la sua targa natale – “con mirabile rapidità creatrice innalzò i più grandiosi uffici pubblici di quella capitale, fulgide gemme del genio artistico della stirpe italica”.
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